Dal mio punto vista, parlare e scrivere rappresentano due modalità comunicative ed espressive differenti, se non antitetiche. Certo, entrambe hanno come denominatore comune la lingua, il linguaggio, ma si ricollegano a due universi simbolici opposti. Il parlare sta allo scrivere, come l’esteriorità all’interiorità.

In genere, parlare presuppone una struttura diadica – a meno che non si tratti di parlare in pubblico o ad un gruppo – presuppone un interlocutore, qualcuno disponibile ad ascoltare. Parlare è una finestra sul mondo; attraverso la quale posso rompere l’isolamento, posso interagire, comunicare. La scrittura, invece, è un balcone dal quale posso scrutare i paesaggi del mio mondo interiore; è l’adito verso gli scoscesi meandri dell’anima.

Scrivere è parlare con me stesso: è monologo tra me e me. Dunque, modalità espressiva solipsistica e autoriflessiva. Essendo attinenti ad ambiti diversi, parola e scrittura risultano per me incongruenti e dunque posso dire che “scrivo come non parlo” e viceversa.

La scrittura può, però, sostituire l’atto parlato nella comunicazione interpersonale. A volte, infatti, scrivo per dire qualcosa a qualcuno che non riesco ad esprimere a voce. In questo caso, le modalità di questa “scrittura comunicativa” saranno più vicine all’atto parlato. Scrivo per dire qualcosa e per farmi intendere: parlo a qualcuno attraverso la scrittura. Essa mi esime dalla fisicità dell’interlocutore necessaria al parlare e all’immediatezza e fugacità di tale atto. L’interlocutore in realtà non si vede ma è presente. Il foglio bianco è davanti a me che, come un amico sincero e paziente, sa ascoltarmi in silenzio.

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